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Il Libro: via della casa comunale n°1



Nelle librerie da Maggio 2011


Gli ultimi quattro anni e otto mesi li ho vissuti in bicicletta, percorrendo circa venticinquemila chilometri,
pedalando a tratti felicemente ed altre da idiota. Sono stato la cosa più simile a me stesso che mi
sia stato possibile essere e l'ultima immagineche mi resta di me è quella di uno Stefano,
tenero, ironico, non di rado ingenuo, ma informato.


Difficile essere credibli.Un senza dimora che scrive e pubblica un libri  e che poi si concede il lusso di un sito dedicato.
Le risposte credo che siano nelle pagine di questo libro.
Rileggendolo, ho avuto l'impressione che quando la complessità della vita si intreccia su stessa, alla fine mi appare normale.






La bicicletta non ha cassetti, i sogni li appoggio direttamente sui pedali.




Il Libro è composto da una serie di racconti e poesie realizzati nei quattro anni e otto mesi di nomadismo in bicicletta. Circa venticinquemila chilometri percorsi nel triangolo fra le montagne piemontesi, Bologna e il ferrarese.
Un viaggio anomalo, per nulla avventuroso ma ricco di normalità.
Un viaggio che comincia con una diagnosi medica spietata come una condanna, e che si rivela essere la salvezza di una vita che sino a quel giorno faticava a trovare una ragione.
L'amore per la bicicletta, la scrittura e le relazioni umane.
Il libro si racconta da solo, ogni pagina apre una finestra diversa sul mondo visto a diciassette chilometri orari.
Vendere in proprio queste pagine, in questa fase della mia vita è l'unico lavoro che sento di voler fare: "Non ho intenzione di andare a lavorare e per questo sono disposto a fare il doppio della fatica".
Questo libro è la sintesi del blog alkoliker.splinder.com e del successivo analkoliker.splinder.com, oltre che di una serie di diari cartacei che mi hanno accompagnato per tutto il viaggio.

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Primo Sedicesimo del libro



Prima presentazione del libro Firenze 22 marzo 09


l libro è tratto dal primo Blog italiano  scritto di un senza fissa dimora.
Nel 2004 in Italia dei Blog non si sapeva ancora molto ed io stesso quando aprii il mio primo blog non avevo ben chiaro quale fosse l'utilità o il senso di aprire una pagina di diario sul web.
Sino ad allora ritenevo che un diario fosse legato esclusivamente alla carta , all'intimità  ed alla privatezza di un cassetto.
Avendo perso tutto: numero civico, cavo telefonico, una porta a cui bussare,la casetta delle lettere e dunque la possibilità di tenere insieme la mia rete di relazione, pensai che se avessi messo tutto in rete, gli amici sarebbero rimasti informati su ciò che stavo facendo, dove stavo e come.
L'impatto con il dormitorio di Alessandria fu sconvolgente. Sino a pochi giorni prima del mio ingresso avevo una casa ed un laboratori di restauro, una buona rete di relazioni ed in un attimo la fragilità della mia condizione si rivelò con una sorta di esplosione silenziosa che mi scaraventò in un altro mondo, quello dei Vulnerati, quelli impoveriti dal loro stesso mondo e da un sistema economico che cominciò  a rivelare tutta la sua follia.
I Vulnerati sono i poveri, quelli che non tengono il passo con un sistema economico in continua evoluzione, sono le ragazze madri che si trovano a gestire uno o più figli in solitudine e che pagano il prezzo di armi spuntate, di una rete sociale che non esiste più.
Alcune di queste quando arrivano in dormitorio hanno perso anche i figli.
Quando arriva uno sfratto per una donna, un uomo o una famiglia povera, il futuro è in caduta libera.
Ed è in questa  caduta libera che per sopravvive e non impazzire mi sono aggrappato ai fogli elettronici del Mio blog: www.alkoliker.splinder.com oscurato nel 2007 in seguito ad un'inchiesta su un'associazione di volontariato che raccoglieva soldi in strada a favore dei bambini sieropositivi. Su questa vicenda aggiungo solo che quell'inchiesta fu possibile grazie alla mia permanenza in strada, in cui davanti ad una situazione palesemente truffaldina ed un tempo infinito da gestire, la mia indignazione si legava perfettamente con il bisogno di dare un senso vero al “tempo” di allora,con il risultato di un lavoro di inchiesta di tutto rispetto. Pochi giorni dopo l'oscuramento del blog ricevetti una mail dalla guardia di finanza, utilizzavano appunto le pagine di quel blog come fonte di informazione e mi chiedevano copia del materiale raccolto.
Il web diventò la nuova rete di relazioni, da una parte teneva insieme gli affetti di sempre e dall'altra ne generava nuovi.
Poi l'interesse dei giornali della Radio, inviti a convegni e incontri di varia natura davanti ai quali ad un certo punto, per non correre il rischio di scimmiottare me stesso, ho fatto marcia indietro.
Il mio ego e il mio Marcisismo era sopravvissuti alla catastrofe dello sfratto esecutivo, a questo si aggiungeva una dote tutta Italiana che si legava alla creatività delle mie radici partenopee, di colui che se non conosce bene una cosa è portato naturalmente ad insegnarla. Quella della gestione di un blog era un'attività che avevo imparato a fare degnante,dunque dalla strada divenni una sorta di consulente per tutti coloro che nel viaggio incontravo e che desideravano avvicinarsi al mondo dei Blog. Ogni pretesto era buono per suggerire l'apertura di un blog, dalla presentazione di una  tesi di laurea, alla denuncia civile e non ultimo al diario personale.
Il primo anno a Bologna aprii un blog per la casa occupata del Lazzaretto , uno per un ragazzo sieropositivo, un'altro per un'associazione di volontariato che si occupava di handicap e invalidità, e poi il blog Asfalto dei senza fissa dimora di Bologna.
In seguito alla chiusura del mio blog ed di uno appositivamente aperto per denunciare la raccolta di danaro in strada,( sieropositivo.splinder.com) aprii su altre piattaforme almeno quattro blog fotocopia sia di Alkoliker che Sieropositivo. La lotta contro il tempo con l'associazione che da una parte mandava lettere di protesta alle redazioni delle varie piattaforme per chiederne la chiusura dall'altra  la mia determinazione nel denunciare questa truffa era diventata quasi un lavoro.
Poi arrivo il blog della “Libera Repubblica di  Santellero”, una piccola comune di fricchettoni metropolitani alle porte di Firenze, che fondai insieme ad un gruppo di carissimi amici, e che pochi mesi dopo abortì spontaneamente. Un blog  per una rete di ecovillaggi  www.cir.spliner.com e
in ultimo analkoliker.splinder.com, il blog attuale in cui continuo a scrivere,  la collaborazione con il blog www.Stazionedimilano.splinder.com ed altri siti tematici e un sito espressamente dedicato alla promozione di questo libro: www.senzafissadimoradisuccesso.com
Alla rete famigliare e dei servizi pubblici per gli adulti in difficoltà si è sostituita la rete telematica, Internet.
Attualmente sono in una fase di rientro nella società produttiva, ho una casa, una stanza, la mia quota di affitto, una buona connessione a internet ed un PC di ultima generazione.
Se finisco di nuovo in strada voglio un Mac.


Piccolo estratto dalla seconda edizione del libro

20 settembre 2003

Mai visti tanti zeri in trentasei anni; amavo il 1999 sin dal 1991, il 2000 poi mi sembrò irreale. Pensai che saremmo morti tutti e invece il primo gennaio 2000 ero ancora vivo.

Parentesi

Questo racconto avrebbe dovuto avere uno svolgimento differente se non fosse che circa quattro ore fa un medico dell’ospedale di Alessandria mi ha diagnosticato l’HIV. Positivo all'HIV
Ho pianto.
A poche ore di distanza dalla notizia non ho ancora capito bene che cosa mi stia accadendo, ma sento d’essere già cambiato.
Triste, perché solo ieri m’immaginavo a sessant’anni a passeggiare per le colline del Monferrato sulla mia bicicletta da corsa. Sereno e un poco più saggio perché “ora” per la prima volta nella mia vita comincio a dare un senso al mio tempo e alle cose: un caffè, una telefonata ad un amico, due passi attorno all’isolato, un buon libro. Mi chiedo se non sto pagando un prezzo troppo alto per aver compreso queste cose solo adesso.
Come è possibile a questo punto essere sintetici?
Provo a mettermi dall’altra parte. Io medico, con quali parole comunico al paziente che da oggi in poi il concetto della morte per lui sarà meno astratto?
Dovrò usare comunque delle parole.
Parole, appunto; e se sono un buon medico avrò imparato che le parole in certi casi devono essere scarne.
Dilungarsi allungherebbe un’ansia cattiva, inutile.
Ma le cattive notizie hanno anche un odore.
Quando le parole arrivano, la notizia spesso è già conosciuta. Aids o tumore sono solo parole, ma hanno quell’odore.
L’animale che sopravvive in noi nonostante condizionamenti, educazione, cultura, allarga le narici, mostra i denti e trema.
 
L’esito delle analisi del sangue, che avvengono ogni due mesi, per un sieropositivo è come il giudizio in cassazione, colpevole o innocente, dove la colpevolezza è rappresentata dall'assunzione di farmaci che cancella ogni speranza.
Per la HIV c’è la cassazione della cassazione, e ogni volta, ogni due mesi appunto, l’esito si potrebbe ribaltare, i risultati da positivi essere negativi e allora ti senti come uno yogurt con la scadenza.
Sono anni che non compero yogurt perché la scadenza è sempre troppo breve.                                                                      
Se dovrò morire per un virus che non posso vedere e toccare vorrei portarmi dietro il profumo dei fiori di bosco e dell’ulivo appena tagliato.
L’ultima cassazione mi ha assolto, il mio sistema immunitario ha reagito in modo sorprendente tanto da non rendere necessaria una terapia farmacologica; questa è la buona notizia, la cattiva è un’infezione epatica cronica che richiede una biopsia al fegato per accertarne l’entità.
Ma come, ieri il nemico numero uno era l’HIV, e ora mi sento dire che questo, almeno per il momento, non è il problema?
Nell’arco di quattordici mesi ho perso madre e padre di tumore, un fratello di overdose, scoperto di essere sieropositivo, perso casa lavoro e visto sfumare una relazione.
Una sola di queste cose in passato mi avrebbe piegato le ginocchia, tutte insieme hanno migliorato la mia vita.
Il dolore e la fatica restano totali, da questo punto di vista non ci sono stati sconti, quello che è cambiato è la percezione del peggio.
Quando sopravvivi a tutto questo restano veramente poche le cose che possano farti paura, ogni tentativo di  essere felice ha il sapore disperato dell’ultima volta e allora ti butti senza chiederti come ne uscirai, perché mal che vada il peggio è già accaduto.
 
 
La balena scorreggiona

Il primo pensiero è per i ragazzi del circolo letterario del Punto D_Verso di Alessandria, Torino, Piemonte, Italia, Europa, Terra e tanta tanta acqua, e che sono stati il mio aggancio con il mondo della normalità.
Temo di essere risucchiato dal lato peggiore della strada, le persone che vedo abitualmente sono quelle legate ai servizi sociali: tossici, alcolisti, psichiatrici. Tracce di normalità è possibile trovarle alla mensa della Caritas dove arrivano un gran numero di stranieri che faticano a mettere insieme il pranzo con la cena.
Dei ragazzi del circolo letterario non ricordo bene i nomi, ho immagini come piccoli quadretti di luce e colore. Il tipo con il pizzetto ed occhialini di metallo, simpatico ed intelligente, una delle poche persone di cui riconosco il talento senza provare disagio. La Erre moscia alla francese dell'imperiale fanciulla  ossessionata o affascinata dal Pacco stellare del suo ultimo racconto. Quella di ventiquattro anni che viene da Torino e si ostina ad alzarsi il numero degli anni per adeguarli all'immagine che ha di se’.
Giovani nella loro incompiuta giovinezza, che con piccoli spilli tengo appesi al cuore.
A grande richiesta pubblico una delle prime letture, la mitica Balena scorreggiona.
Una sagoma gigantesca mi viene incontro.
Traballante, maleodorante, scorreggiona.
Deve esserci il residuo di una donna sotto quei capelli di polvere impastati col caramello.
Mi mette in mano una supposta “Mettimela ragazzo non ce la faccio più, usa il dito e spingi”. 
Come Pinocchio nella balena temo di essere risucchiato da quel culo mammifero e con forza mi libero dall'ano che spurga diarrea. “Grazie ragazzo non ce la facevo più”.
Ed io “Scusi signora ma lei non ha paura di farsi mettere le supposte dal primo che passa?”
“Dì ragazzo non era mica un missile”  

Questo episodio è realmente accaduto durante una degenza presso il repartino psichiatrico di Alessandria.
Le origini di una passione

Nasco quarantadue anni fa nell’umida e piovosa Bruxelles da genitori poco più che analfabeti e con l'imperdonabile aggravante della povertà, quella stessa che li portò nella pancia della terra ad estrarre carbone.
Papa faceva il minatore, la mamma colazione col Martini.

Fra il ’40 ed il’ 60 l’Italia conobbe una seconda ondata d’immigrazione, dopo quella per l’America degli anni venti. Nella seconda ondata furono migliaia gli italiani, soprattutto meridionali, che con pala e piccone ritrovarono un po’ di dignità e speranza per il futuro a decine di metri sotto terra in un paese che li chiamava con ironia e disprezzo maccheronì (da maccheroni, ‘mangiatori di pasta’). Il disprezzo lo si comprende meglio se si pensa che i piatti nazionali in Belgio sono le zuppe e le minestre, la pasta all’italiana era paragonabile al riso alla cantonese quando negli anni ’80 in Italia apparvero i primi ristoranti cinesi.
Stazione nord, periferia.
Forza lavoro nelle miniere, umanità ai confini.
Il governo belga in quegli anni dirottò gran parte dei lavoratori stranieri in un vecchio quartiere di fatiscenti edifici liberty, conosciuto anche per le puten, le puttane in vetrina.
Certo gli italiani non potevano che ringraziare: casa, caffè e puttane, tutto sotto casa.
Per i figli erano garantiti i diritti alla sanità e l’istruzione; il cortile della ricreazione era diviso in due, esattamente come il paese; da una parte gli italiani, dall’altra i Belgi ed i Fiamminghi, storicamente nemici ma che davanti allo straniero mangiatore di maccheroni ritrovavano l’unità.
Per Stefano, straniero in patria, quell’ostilità era difficilmente comprensibile; non riusciva a capire perché lui, belga, dovesse difendersi in casa sua.
Di certo non ci mise molto ad attrezzarsi; da prima aveva subito chiuso in un silenzio riflessivo insulti, sputi, schiaffi, umiliazioni irraccontabili, soprattutto da parte degli adulti, poi aveva cominciato a costruirsi nell’officina della sua anima una corazza spessa e resistente. Aveva imparato ad usare le mani per darle, era diventato un esperto sputatore e il suo sguardo era diventato duro come quello di un guerriero determinato e pronto a vender cara la pelle.
Ma Stefano sotto la corazza aveva pur sempre sei anni; lì al sicuro da ogni offesa, viveva rintanato un bimbo vivace, intelligente e timido che si interrogava ossessivamente chiedendosi
“perché?”. Spesso piangeva, ma per molti anni da quella corazza non sarebbe uscita neppure una lacrima..
Imparò a non chiedere più nulla agli adulti, era troppo piccolo per trovare le ragioni di tanto disordine; quello era il momento di difendersi, in futuro la vita gli avrebbe dato le risposte che attendeva.

Avevo cinque anni, le condizioni economiche della mia famiglia originaria suggerirono un affidamento temporaneo che col tempo si sarebbe tradotta in un'adozione.
Poi un giorno vidi mamma arrivare dal vialetto della casa. Io ero in giardino a giocare e la prima cosa che urlai dentro fu: “No! Non adesso. Non ti voglio mamma. Non ti voglio vedere.”
Mamma aveva trentasei anni, a me appariva vecchia, consumata, pesante, ingombrante.
Era chiaro che veniva a riportarci a casa. A distanza di trentasette anni quello resta il ricordo più nitido della mia infanzia.
La detestai, ricordo il cappotto che indossava, le arrivava sotto le ginocchia, e le scarpe impolverate di terra che raccontavano chiaramente della miseria che ci stava attendendo.
La famiglia affidataria era benestante ed in giardino c'era una bicicletta per ogni bambino della casa. Io avevo la mia.
Quando la mamma ci portò via, quella bicicletta non me la sono portata via ed ho passato la vita a rivolerne una, a rivolere quella bicicletta.
“La bicicletta non ha cassetti, i sogni li appoggi direttamente sui pedali”.
A diciassette anni addolcivo la tristezza viaggiando su un vecchio atlante. Immaginavo di pedalare lungo le rive del fiume Po partendo da Torino e poi via via verso la pianura Padana fin dove il fiume si perde nel mare.
Oggi non m’interessa sapere perché in tutti questi anni non mi sia deciso a viaggiare in bicicletta nel mondo che sognavo piegato sull’atlante, quel che conta è che ora sono qui a riprendermi i sogni che erano miei.
Il paracadute meccanico
 
...è la mia Benotto, una vecchia bicicletta da corsa che nei mercatini dell'usato è possibile trovare a poco più di dieci euro.
Con una compagnia così è difficile sentirsi smarriti. Il massimo dello splendore la raggiunge quando le aggancio le borse da viaggio sui portapacchi, una posteriore da sessanta litri e due anteriori da venticinque litri l'una, in più uno zaino da settantacinque litri per le emergenze  o  per gli  spostamenti in cui la bicicletta sarebbe d'ingombro: una gita in montagna o un appuntamento d'amore. Un peso che varia da centoventi chili a centoquaranta chili di meccanica obsoleta, passeggero compreso. Passione, amore e determinazione lanciati in discesa a quaranta chilometri all'ora, in cui una distrazione o una buca non anticipata potrebbero mandarti al creatore. È un po’ come lanciarsi in discesa con una vecchia Moto Guzzi senza il motore.
In curva non si scherza.
Centoventi, trenta, quaranta chili, dopo pochi metri cominciano a vivere di vita propria e se non stai attento ti portano dove vogliono loro: curve larghe e dritti rovinosi. Per fottersi basta poco meno di un attimo.
Paura? Sempre!
La paura e il controllo assoluto del mezzo possono regalarti momenti di adrenalinica ebbrezza che ti avvicina al senso di onnipotenza.
“Cazzo questa cosa la so fare proprio bene!”
E poi vai oltre, sempre un pochino oltre; al culo della corriera, (in scia per evitare l'attrito del vento) il sedere in fondo alla sella, torace ripiegato in avanti parallelo alla strada con l'ombelico appoggiato sulla punta del sellino e il naso quasi appoggiato alla pipetta del manubrio, posizione aerodinamica da virtuoso discesista. Trenta, quaranta, cinquanta, sessanta e ottanta chilometri all'ora, sempre al culo della corriera. Mi allargo per imboccare la curva, una frenata decisa a chiudere verso sinistra, lui tiene la corsia di destra.
Il primo è già volato, due, tre, quattro secondi. Infilo il passo lungo del cambio 53/14.
“Cazzo Stefano non lo fare è una cazzata! Esci!”
Sono vicino al passaruote anteriore della corriera, non resisto alla tentazione di infilargli la mano dentro per farmi scorrere la ruota sui polpastrelli delle dita con il ghigno di chi accarezza la testa ad un bambino, e poi via. Uno, due, tre, quattro secondi e gli sono davanti.
Biiiippp!!!!
“ Fanculo te è il tuo trattore a diciotto ruote”
Un sorpasso da “Anonima Ciclisti”, la parte insana e goliardica che sopravvive in ogni vero cicloturista che un tempo sognava le competizioni e una carriera da professionista. Credo non sia tanto diverso dal buttarsi col paracadute da un aeroplano, ma dato che ho le vertigini mi toccano i culi delle corriere e quello delle utilitarie variamente accessoriate.
Del mio paracadute meccanico ho voluto conoscere tutto, ogni singola sfera, dal movimento centrale, alla forcella, ai mozzi e persino le rotelle del cambio.
Ad ogni discesa mi sembra di vedere l'ottava sfera del mozzo anteriore, che compone il cuscinetto che regola lo scorrimento della ruota. Il pensiero, quando affronto una discesa va a quella rigatura del cuscinetto, a cui due anni prima non avevo potuto porre rimedio. Ogni tanto la sento strillare e le vibrazioni le sento fin sopra le leve dei freni, sulle quali tengo sempre appoggiati gli indici e i pollici.
“Dai fai la brava, portami fin giù e poi ti mando in pensione. Ti giuro che se mi porti giù senza fare scherzi, ti cambio e ingrasso tutti i cuscinetti”. Promesse da marinaio! E va avanti così da due anni.
In questa condizione svanisce l'emergenza, quando vai giù a settanta, ottanta chilometri orari, l'emergenza svanisce, non c'è tempo per nessuna emergenza, i freni ti servono solo per controllare l'ingresso nelle curve o per controllare un'uscita troppo larga. Quando sei carico come un mulo e viaggi in discesa a sessanta, settanta chilometri all'ora, per giunta senza casco, i finali restano due: arrivare sano e salvo, oppure spaccarti le ossa a rischio della vita, alla meglio una poltroncina con le ruote, per il resto della vita.
Personalmente preferisco crepare in discesa che per un cazzo di virus che non ho mai visto, preferisco persino le diciotto ruote di un autocarro sul groppone, senza agonia, senza coscienza e soprattutto senza sopravvivere al dolore.
Anzi, adesso che ci penso non mi dispiacerebbe portarmi il mio virus con tutti i suoi cazzo di CD4 e carica virale al seguito, per vederli spalmati in venti metri di asfalto, nell'urlo di una frenata bruciante.


Saffo, Benni, Pennac e Don Milani

All’età si sette anni in un pallosissimo pomeriggio d’estate decisi che da grande avrei fatto il giornalista. Corsi da subito Morena per metterla al corrente della mia nuova decisione, Morena era una giovane educatrice del collegio, andava sempre in giro con una Fiat 126 color verde pisello accompagnata da un Mastino Napoletano che ha me appariva come un enorme dinosauro con la targhetta ed il collare.
Ascoltò con attenzione e poi mi disse che se da grande avessi voluto fare il giornalista avrei dovevo cominciare a ribaltare le mie abitudini: studiare, essere disciplinato , non malmenare i compagni  a tutte le ore e senza preavviso e soprattutto non mandare affanculo adulti e insegnanti.
Dovetti promettere, ma in cuor mio sapevo che sarei riuscito a conciliare entrambe le cose, così alcuni giorni dopo cominciai a studia il mestiere del giornalista con Morena in cattredra che passa il tempo ad inchiodarmi su verbi, analisi grammaticale, analisi logica e disciplina. Dopo due lezioni tornai alla mia antica passione di menar le mani, fin quando nove anni dopo mi capitano fra le mani le poesie di Saffo.
Non c’era parole per descriverne la bellezza , le aveva prese tutte lei e così smisi di scrivere poesie e comprai una chitarra.
Di leggere non se ne parlava assolutamente, le parole si spostavano continuamente sul foglio e mi toccava rincorrerle continuamente, gran mali di testa, nausea ed un effetto sbronza che mi sdoppiava le immagini.
Qualche anno dopo guardando la tivù scoprii che ero stato un bambino dislessico in un epoca in cui gli insegnanti distinguevano a malapena gli alunni dai loro banchi.
Leggere ad alta voce in classe era una vera umiliazione, in terza media leggevo come un bambino di quarta elementare. Cominciai ad avere il fondato sospetto di essere solo un ragazzo violento e ignorante, poi mi tornarono alla mente le parole di una supplente della quinta elementare che dopo l’ennesimo pestaggio a danno dei bulletti delle altre classi mi disse: “ Stefano se da grande farai il bandito sarai il capo dei banditi. Però, guarda se riesci a fare di meglio, io ne sono convinta”. Era troppo simpatica per non avere ragione, dunque nella rinnovata convinzione di essere un ragazzo intelligente attesi pazientemente di incontrare il mio talento e cominciai a guardarmi intorno.
A quattordici anni rubai la mia prima automobile e due dopo era già in questura con mamma in lacrime che mi massacra di schiaffioni e l’appuntato che sorridendo mi invitava a cambiare strada e a studiare se non volevo finire in galera. Pensai: “Se in cella non ci mettono anche  la mamma penso di poterlo sopportare”
Era chiaro che le automobili non erano il mio talento ed allora passai a rubare biciclette, motorini, furgoncini. Gli altri della banda passarono presto a scippi, borseggi e, qualche anno dopo alle rapine, ma io mi fermai molto prima, sull’angolo fra via Sant’Ottavio e Corso Regina Margherita. Ero appostato quando Angelo mi indica la vittima dello scippo: “ Stefano è come toccare il culo alle ragazze quando corri in mezzo alla folla, solo che questa volta le devi strappare la borsetta”. Quel giorno avevo capito che non sarei mai finito in galera e che non sarei diventato il capo di nessuna banda, perché quel gioco non poteva diventare violenza a danno di una signora anziana che poteva essere mia nonna.
Mi restavano comunque il piacere di sbatacchiare a calci, pugni e sputi i bulletti che se la prendevano con i più deboli. Ho sempre e solo pestato bulletti.
A vent’anni finalmente riesco a prendere il diploma di terza media presentandomi da privatista dopo due tentativi fallimentari alle serali.
Dei miei talenti solo alcune ombre, da anni gli amici si aspettano che prima o poi io faccia il salto di qualità. Verso, dove e per che cosa nessuno riesce ad immaginarlo ma tutti attendono fiduciosi.
Con gli anni si fa strada il dubbio che il mio destino sia quello dell’eterna promessa. Morire mentre tutti attendevano ancora l’esplosione di qualche talento. Che delusione.
Arriva il primo amore, le prime pippette, le delusioni e la prima grande depressione.
Sono i giorni di Don Milani e di “Lettera a una professoressa”, dall’incontro con Saffo sono passati molti anni e libro di Don Milani sembra fatto per dare speranza, i problemi con la lettura restano, non riesco ad andare oltre la terza pagina e con grande fatica. Per molti mesi lo avrò sempre appresso sotto il braccio, in mano o nello zaino, pronto per essere aperto a caso per farmi rasserenare, per finire col tempo a fare da zeppa al tavolo della cucina e non perché abbia smesso di amarlo, tutt’altro. Un libro così bello sa stare ovunque  senza perdere di valore e sa fare bene anche la zeppa. Un libro che non ho cercato poi per anni, non ne sentivo il bisogno, mi bastava sapere che da qualche parte fosse ancora scritto.
In quello che appare essere un abisso di ignoranza mantengo ancora oggi l’abitudine di memorizzare continuamente parole nuove, di curare il linguaggio che sin da giovanissimo avevo compreso essere potere e libertà. Avevo sempre con me un quaderno e quando sentivo una parola nuova me la appuntavo e poi me la facevo raccontare dai grandi, capitava persino che appuntassi le parole davanti alla televisione o alla radio. Sulla copertina del quaderno avevo  scritto “ Parole Rubate”.
E’ forse proprio la cura del linguaggio che negli anni aveva fatto di me una promessa e dunque se talento vi era andava ricercato nell’universo delle parole. Nulla, la promessa aveva sempre più il sapore dell’eternità

Arrivano, l’alcol, un filo di eroina, la chitarra presa e abbandonata più volte e poi l’HIV e la decisione di viaggiare in bicicletta. Don Milani è un antico ricordo, credo fossero passati vent’anni e nel frattempo ogni libro non andava oltre la decima pagina, in tutto.
Il secondo anno di viaggio un amico mi consigliò di leggere Stefano Benni. Bello Benni, ma io che da bambino volevo fare il giornalista mi sento una merda, inoltre da quando sono partito in bicicletta ho cominciato a redigere un diario che in cuor mio vorrei diventasse un libro. Qui rischia di finire come con Saffo e abbandono la lettura. Poi arriva Pennac, un genio della parola e del racconto, se vado oltre la settima pagina finisce che  smetto di scrivere e devo cercarmi un lavoro. Abbandono Daniel Pennac in una cabina telefonica in provincia di Siena e continuo a pedalare, scrivere raccontare e rubare parole.
Cazzo questi scrivono benissimo, ci campano degnamente, li leggo e loro mi stroncano? E’ troppo.




Lo sfratto
 
Ieri è arrivato il tanto temuto sfratto esecutivo.
Una speculazione edilizia che strappa dalle loro case ricche di ricordi un vecchio innocuo fascista, un tappezziere di stoffe, un insegnante elementare in pensione, ed il sottoscritto, giovane restauratore di fragili speranze.
Sono comunque stato fortunato dato che ho trovato subito un  posto letto presso il dormitorio comunale di Alessandria gestito dalla Caritas; dieci giorni al mese e poi fiducia, intraprendenza e freddo.
È come affrontare un viaggio nel deserto senza bussola ed ho pensato che a questo viaggio voglio dare un nome: Fiori di strada.
Nel giro di poche settimane sono passato dalla condizione di artigiano restauratore a quella di utente dei servizi sociali.
Mi sento in gabbia.
Al mattino alle otto esco dal dormitorio, faccio un giro per la città, un salto su Internet in Comune e poi, a mezzogiorno a fare la fila alla Caritas per il pasto.
Il pomeriggio al centro diurno del Sert fino alle sei di sera, l'appuntamento settimanale con l'assistente sociale, quello con la psicologa e quello con il gruppo di alcolisti. C'è poi l'Alkover che assumo ogni mattino presso l'ambulatorio e che dovrebbe allentare il desiderio di assumere alcool.  Dovrebbe!
Questa dell'alcool è l'unica cosa che ho voluto da questi servizi sociali, i problemi con l'alcool me li trascino da troppi anni e alimentano la parte peggiore di me.
Non più tardi di un mese fa mi sono trovato a camminare completamente nudo nel pieno della notte  in preda ad una disperazione dolorosa che in quel momento mi appariva insanabile. In questi ultimi dieci anni ho fatto dentro e fuori dai repartini psichiatrici di Torino, Asti, Alessandria, spesso ritrovando la stessa gente con gli stessi problemi.
A Torino capitava che l'ambulanza mi raccogliesse in terra completamente sbronzo o seminudo e da questa cosa vorrei poter uscire, anche perché sento che il peggio della mia fatica di vivere si stia lentamente esaurendo per lasciare spazio a qualcosa di nuovo di cui non riesco ancora a vedere i contorni e questo mi lascia ben sperare. Quel che è certo è che non ho intenzione di passare qui ad Alessandria degli anni in attesa che qualcuno si decida a darmi una casa. Ne ho parlato alla psicologa, le dicevo di non trovare un senso nei nostri incontri settimanali e che la soluzione sarebbe stata quella di poter avere un luogo per ricostruirmi personalmente e lavorativamente. La percezione per me è chiara e cioè che se non trovo io una soluzione rischio di restare al gancio dei servizi per anni senza mai scoprire se avrei potuto farcela da solo.
Qui rischio di affondare nella mia merda, ho preso trecento euro di eroina e non comprendo nemmeno bene perché, dato che l'eroina non mi è mai piaciuta. A tutto questo si aggiunge questo non senso assoluto, frutto forse della noia o di un desiderio di annullamento che mi cova dentro. Certo è che se me la faccio tutta allora dopo sarà difficile gestire anche la dipendenza e la carenza. Potrei spararmela tutta in un colpo solo e andare a trovare Enrico che a una buona dose di eroina aveva aggiunto i gas di scarico della sua R4 bianca.
Quando si dice “Per esser certi di non sbagliare”
Ma al di là della mia predisposizione per il dramma credo di non avere ancora voglia di crepare e al tempo stesso non so che fare.
Nel frattempo mi tocca condividere il buio di questa stanza con quattro letti, quattro cuori, quattro storie differenti e differenti destini. Non so cosa aspettarmi, l'avventura è cominciata da tempo e almeno per questa notte il viaggio è cortesemente offerto dalla Caritas.



Caro diario,

devo trovare una casa, anche solo una stanza con una finestra.
Non mi servono luce ed acqua ma solo un ricovero per i miei ricordi, gli oggetti più cari: i primi occhiali, la foto sul pony del collegio, quella della "Mia mamma", i quaderni zeppi di macchie ribelli, lacrime nascoste e voglia di spaccare il mondo, il collare di Zora, trenta chili di pelo, dolcezza, fedeltà ed un'adorazione che ho poco meritato, se penso a quanto ti ho lasciata sola a casa...
Solo una stanza per poi partire, chiudere la porta per un poco, o per un tanto, quel tanto che serve a lavarmi gli occhi.
Per poi tornare, spostare il tavolo e svuotare al centro della stanza i bauli della mia carne, disporre ordinatamente gli oggetti ed ad uno ad uno dare loro un nome nuovo, solo dopo deciderei se restare o partire nuovamente.




 






 



Pagine secondarie (2): [Senza titolo] Il blog Analkoliker

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